Web, tecnologia, open source e social network
Le proteste in strada a Teheran e in altre città dell'Iran continuano. L'attenzione dell'opinione pubblica mondiale è alimentata da blog e social network, come twitter e Facebook. Sono le principali fonti d'informazione per i giornalisti. Con quali conseguenze?
È davvero una twitter revolution? Adesso non c'è modo di dimostrarlo: nessuno sa se i giovani iraniani abbiano davvero usato i messaggini di twitter per organizzarsi e scendere in strada. Gli analisti di Foreign policy (che seguono le vicende iraniane da molto tempo) sostengono di no. Soprattutto perché non sono molti quelli in grado di superare la censura iraniana e usare mezzi di comunicazione rallentati o inaccessibili (compresi i network di telefonia mobile).
Le notizie trovano la loro strada. Twitter, Youtube, Facebook e i blog hanno dimostrato una straordinaria capacità di comunicare le proteste in Iran. Attraverso foto, video, testi. Televisioni e giornali sono stati costretti a rincorrerli: perché le notizie, come spesso accade su internet, hanno trovato da sole la loro strada. Non è successo per la prima volta: ricordate le foto dei monaci birmani scattate dai turisti e dagli studenti? Twitter, poi, è stato già utilizzato per organizzare le proteste in Moldova. E per le notizie dall'Africa, blog e social network si sono già dimostrati fonti indispensabili d'informazione (e non solo): come per le elezioni nello Zimbabwe e in Kenya. Più veloci, capillari e documentati dei media tradizionali.
Giornalisti e blogger all'estero: come comportarsi? Potrebbe succedere in futuro, in altre nazioni. E questo pone un problema di metodo. Scrive Giuseppe Granieri:
“Nella dialettica tremenda tra controllo (potere) e informazione, la rete è l'unica fonte di cronaca possibile su quanto sta accadendo (e qualcuno sospetta che anche chi controlla lo sappia benissimo e sfrutti la situazione). I reporter e gli inviati possono fare poco, così anche la CNN deve seguire gli eventi su Twitter e Friendfeed”.
Vero. Non è possibile controllare se una notizia è vera o falsa. Né si può sapere se la fonte è attendibile. Ma le notizie che circolano rapidamente. E hanno conseguenze reali: la mobilitazione delle persone in Occidente, gli attacchi informatici (ddos) contro i siti web legati ad Ahmadinejad, la pressione sui governi. Oppure, un caso di disinformazione recente: il panico sul contagio da influenza suina diffuso anche attraverso il web (come ha notato Luca De Biase). Che fare? Suggerisce Mantellini:
"L’inversione iraniana è invece proprio questa: il racconto degli eventi, specie quando le maglie della censura si stringono, percorre altri sentieri in rete ed ai grandi media spetta il lavoro importantissimo di filtro, rielaborazione e commento".
Il modo in cui la collaborazione tra giornalisti e cittadini si svilupperà non è affatto scontato: è evidente come la capacità di filtrare le informazioni sia decisiva per la qualità dell'informazione. Ma i filtri sono ancora da calibrare e bisogna farlo rapidamente per stare al passo del cambiamento tecnologico.
Guarda la mappa della blogosfera persiana (Berkman center, Harvard)