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Google scrive sul suo blog che hackers cinesi hanno attaccato a metà dicembre gli Stati Uniti. Tra gli obiettivi, le caselle di posta elettronica di alcuni dissidenti su Gmail. E dichiara di non volere più accettare le restrizioni imposte dalle autorità cinesi per il motore di ricerca Google.cn.
Google tace da due giorni. Microsoft ha ammesso che è stata una falla in Internet Explorer a permettere le intrusioni degli hacker nella posta elettronica dei dissidenti. Pechino dichiara che le aziende devono rispettare le sue leggi. Google abbandonerà la Cina?
Lo scenario e le interpretazioni sono in continua evoluzione. Il Wall street journal chiarisce alcuni punti. Google non ha fallito in Cina: non è il leader del mercato come in quasi tutto il mondo, ma ha fatto significativi passi in avanti. E la Cina ha 384 milioni di persone online: anche la quota del 30% del mercato delle ricerche su internet attribuita a Mountain View non è poco. Inoltre Google.cn non ha ancora rimosso la censura. Ricorda il Wsj, poi, che sono due le caselle di posta elettronica violate dei dissidenti.
A complicare le interpretazioni della mossa di Google sono arrivate le analisi di Evgeny Morozov di Foreign Policy. Ha ricordato la campagna contro Yahoo (l'azienda consegnò alle autorità cinesi documenti che furono utilizzati per la condanna del blogger Shi Tao. I server di Yahoo erano in Cina, Google ha i suoi negli Stati Uniti). E poi Morozov osserva che il segretario di Stato Hillary Clinton terrà un discorso sulla libertà di internet il 21 gennaio.
Da leggere: le tensioni precedenti tra Google e Pechino (Ingigi). La manutenzione del "no evil" (Luca De Biase). Google-Pechino: è anche spionaggio industriale (Federico Rampini )