Web, tecnologia, open source e social network
Oramai si compete per lo stesso lettore e i due ruoli tendono a sovrapporsi. Ecco perché le news a pagamento possono ridare vita al buon giornalismo.
Ieri sera alla festa di Populis ho assistito a un'interessante difesa dei giornalisti - e soprattutto del buon giornalismo - da parte di Carlo Perrone, editore old style del Secolo XIX e vicepresidente della Fieg. Lui, il vecchio, era lì a confrontarsi con il nuovo, il terzo polo dell'informazione on line messo in piedi da Luca Ascani che è riuscito a unire Blogo e Blogosfere sotto il marchio di Populis. Il fatto è che oggi la gente si fida più dei blogger che dei giornalisti.
Non a caso, numeri alla mano, i lettori dei blog sono più di quelli dei giornali. Quello che è emerso ieri e che ho sentito dire già in altre occasioni è che il blogger per definizione - colui che è appassionato di un argomento e per ciò ne scrive - è molto più vicino al lettore di quanto non lo sia il giornalista che, specie sul web, è sempre più schiavo del seo e della necessità di vendere il proprio articolo per generare traffico atto a soddisfare l'esigenza dell'editore di vendere pubblicità.
Più in generale questo è un problema del giornalismo italiano: vendere la notizia è divenuto più importante che fare informazione. Ne ho parlato nel post Apple e Foxconn: strumento giornalistico per generare pageview: il caso del Corriere.it era emblematico, con il giornalista che trattava le minacce di suicidi da parte dei dipendenti dell'azienda cinese al lavoro per la Xbox citando la "fabbrica dell'iPhone" e senza neppure un riferimento alla consolle di Microsoft.
In poche parole: il giornalista scrive per Google, il blogger lo fa in primis per piacere. Ieri però Luca ha spiegato che i lettori dei blog sono per il 25% fan, per il 25% (in crescita) arrivano dai social network e per il 50% dai motori di ricerca.
Tornando da capo a dodici la questione è: blogger vs giornalisti ha senso? Numeri alla mano, siamo al punto che si compete per lo stesso lettore.
Penso abbia ragione Murdoch: le notizie on line vanno pagate, perché questo consente di puntare sulla qualità del prodotto abbandonando logiche seo che poco o nulla hanno a che fare con il giornalismo. Al blogger sì, invece, sia concesso qualche accorgimento seo, nella nuova logica di Google che premia il prodotto di qualità scritto per il lettore. È vero che il blogger scrive per se stesso, ma ha anche la necessità di farsi trovare nel marasma della rete.
Lasciamo quindi al blogger la libertà di scrivere ciò che crede e come crede e inchiodiamo il giornalista ai criteri del buon giornalismo che male si sposano con le esigenze delle pubblicità. Ecco cosa potrebbe fare l'Ordine dei Giornalisti: vietare l'uso del seo a favore del buon giornalismo.
photo credit: Alan Cleaver via photo pin cc
Nella circostanza, si parlava delle tangenti, ecc. della Lega Nord. Sarà perché sono di Varese, ma lo scoop del Secolo XIX equivale alla scoperta dell’acqua calda: il problema è che «non si può dire», se non si vive di rendita o all’estero. Non ne faccio neppure una colpa ai giornalisti, perché il problema è sistemico. Io stesso mi guardo bene dallo sputtanare le “magagne” che conosco del Consiglio Comunale: qui devo viverci. Non è un caso che la bolla sia scoppiata perché la Lega Nord si oppone al Governo ed è partita dalla Liguria, dove l’amministrazione è maggiormente di sinistra. Non credo nelle coincidenze, perché sono o ero coinvolto tanto dalla politica quanto dall’informazione. Non voglio certo dire che i giornalisti (ruolo al quale, peraltro, aspiro) non facciano un buon lavoro. Ma in Italia, come per tutti i ruoli pubblici, devi sempre fare attenzione a non calpestare i piedi a qualcuno. La diffamazione è un conto, l’informazione un altro: un certo giornalismo non si preoccupa della diffamazione – penso, ad esempio, a Sandro Ruotolo e il caso di Brindisi – ma non farebbe mai le domande giuste alle persone sbagliate. È triste, però posso capirlo. Bisogna pur mangiare. La sola differenza è che il blogger non ha una difesa istituzionale, vera o presunta.
Mmh, non sposo in pieno il commento di Federico non solo perché faccio parte della categoria, ma anche perché conosco bene le logiche dei giornali. E se sì, in parte è vero ciò che dici, in parte è anche pieno di gente che il mestiere lo sa fare e bene. Il problema specifico italiano è che non ci sono editori veri, che vendono notizie, ma per lo più editori impuri, che hanno interessi economici o politici nel vendere i proprio giornali.
prima o poi però qualcuno lo farà anche un giornale pagato dai lettori. anzi il fatto l'ha già fatto ed è stato un successo: fanno un giornale che i loro lettori vogliono e comprano. quasi una rivoluzione per il nostro paese
Un argomento che non è stato trattato, ma del quale discutevamo in platea, riguarda il “coraggio” (o, per meglio dire, l’indipendenza) dei giornalisti: l’indipendenza della stampa è morta con Armand Carrel, quando i quotidiani hanno cominciato a guadagnare dalla pubblicità. Oggi viviamo una situazione ancora più difficile, perché a garantire la libertà di stampa sono i finanziamenti dello Stato — e, quindi, della politica. Le domande dei giornalisti sono quasi sempre concordate, con rare e confortanti eccezioni. Il blogger è più indipendente, ma non è tutelato: anzi, rischia in prima persona (anche quando le prove supportano la sua tesi). Nessun blogger farebbe rivelazioni dalle quali avrebbe soltanto guai giudiziari e i giornalisti – che dovrebbero essere tutelati dall’Ordine – si guardano bene dallo scontentare il “padrone”. Che sia l’editore, l’amico politico o l’Ordine stesso. Quanti scandali toccano i politici soltanto quando i poteri forti hanno bisogno che se ne parli? Secondo me, tutti quelli scoppiati nel ’900. E l’indignazione dura molto poco, perché la sensazione generale è che il «marcio» sia ovunque e non se ne parli. La chiamavano disinformatia. Oggi è l’informazione tradizionale. E i blogger, se non hanno denaro e avvocati a sufficienza, non possono certo ripararvi. Insomma, il giornalismo non è più credibile e il blogging lo è essenzialmente se non si tratta di politica.
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alle 14:04
David Roccato
Mi chiedo cosa accadrebbe se i giornali non fossero finanziati con soldi pubblici dei cittadini, nazionali o locali. Se i cittadini potessero scegliere in un referendum immagino che non pagherebbero i giornali, meno ancora quelli politici. A questo punto la rete diventerebbe ancora più forte e la linea di confine tra giornalisti e bloggers si confonderebbe ancora di più. Comunque, sia giornalisti che bloggers devono anche vivere di ciò che scrivono se è questa la scelta che fanno, e la pubblicità è comunque un fattore di entrata da considerare. Il problema è che nel nostro paese, a livello di massa, non abbiamo neanche la cultura del sostegno, per cui la gente non capisce neanche cosa voglia dire pagare, o donare, per sostenere una persona, un'idea, un progetto. L'invidia e la gelosia, arrivano sempre prima del sostegno, e del supporto.